Racconti in valigia: La cucina è un atto d’Amore, un momento di condivisione

Entriamo oggi nei viaggi e nella cucina di Clelia,  l’autrice del blog di cucina   Le Ricette di Cle, nel quale potrete trovare ricette, sia dolci che salate, molto sfiziose per stupire i vostri amici!

Con Clelia abbiamo approfondito il legame tra il viaggio e la cucina, e ci siamo fatti trasportare in un viaggio enogastronomico nei sapori del Sud Italia!

Curiosi? Ecco per voi le sue parole:

Ci racconti qualcosa su di lei e su come nasce il suo blog;

Il mio blog nasce principalmente da una esigenza pratica: annotare le ricette che provavo, sia a mia futura memoria, sia per meglio condividerle con gli amici che me ne facessero richiesta. Inaspettatamente il blog ha avuto largo seguito ed un alto numero di visite che mi ha portata a curarne maggiormente i contenuti, le foto e gli impiattamenti, per rendere, almeno attraverso le immagini, l’idea della bontà del piatto e dare qualche informazione più dettagliata sull’esecuzione di alcuni passaggi, anche per rispondere alle richieste specifiche che provenivano dai miei follower.

Nella vita reale ho 36 anni, sono un avvocato internazionale, sono nata e vivo in Puglia, mamma di una bimba di 4 anni e di un altro in arrivo. Sono golosa e curiosa, per cui non mi tiro indietro nel provare nuove cucine e nuovi sapori, anche se, quelli a cui faccio ritorno più volentieri, sono sempre i sapori dell’infanzia e della tradizione contadina Pugliese.

Quando viaggia, cerca di fare esperienza enogastronomica locale? Come seleziona i ristoranti? Che importanza dà all’estetica del locale e del piatto?

Assolutamente! Quando viaggio per me provar la cucina locale è un must imprescindibile, anche se difficile da conciliare con le esigenze della mia famiglia! Non ci crederete ma mio marito mangia meno cose di un bambino viziato, in più è astemio, per cui, quando siamo in viaggio, cerchiamo di accontentarci entrambi: lui mangerebbe pizza, pollo e patatine a tutte le latitudini, io vorrei approfittarne per testare qualcosa di diverso!

Se abbiamo amici nel posto che stiamo visitando, lascio che siano loro a consigliarci e guidarci magari verso un posto che possa accontentare entrambi. Di solito funziona!

Se siamo soli/senza guida, nella scelta del ristorante la gioca molto in primis il budget della vacanza, ovviamente, che di solito non è un budget stellare!

Tendenzialmente, all’estero tendo a scartare senza remore i “ristoranti italiani”, sia per non avere brutte sorprese, sia per avere maggiormente modo di sperimentare la cucina ed i sapori locali. Ma devo dire che ovunque sia stata ho provato almeno la pizza. Se sono in Italia, cerco di evitare le “catene di ristoranti” per provare qualche piatto tipico e autentico della zona, e magari assaggiare i formaggi, salumi e vini locali. C’è tanta abbondanza in Italia! Spesso le trattorie (specie quelle di stampo più moderno) sono i miei posti preferiti, in cui si declinano con creatività e maggiore consapevolezza ingredienti tradizionali e nuove tecniche di cottura/impiattamento.

Sono portata a scartare i posti superchic o troppo ricercati: spesso si rivelano costosi e sicuramente non offrono granché per il palato super schizzinoso di mio marito! Sono molto attratta, invece, dai locali che offrono piatti nelle varianti vegane e vegetariane. Non sono vegana/vegetariana, ma apprezzo l’attenzione dei locali verso alimentazioni “più ristrette”, inoltre nei posti con varietà di piatti vegetariani di solito c’è molta attenzione alla selezione delle materie prime, per cui mi aspetto di mangiare cibi saportiti anche quando preparati con semplicità (se sono fuori per lavoro, in pausa pranzo, questo tipo di locali è sicuramente quello verso cui mi dirigo).

L’estetica del piatto per me non è fondamentale, ma aiuta. Non rientro tra le foodblogger che fotografano maniacalmente tutto quello che hanno davanti prima di mangiarlo. Fotografo qualcosa (che non sia cucinato da me!) solo per poterne ricordare una idea di impiattamento oppure gli ingredienti per poter replicare la ricetta, non ho altri fini! Sicuramente vedere in un ristorante un impiattamento poco o non curato affatto al giorno d’oggi mi rattrista: persino nelle trattorie tradizionali c’è maggiore attenzione su questo aspetto. Ma se la pietanza è buona, sorvolo facilmente sulla “mancanza” a livello estetico. Per me quello che conta maggiormente è l’esperienza del gusto, l’impiattamento, di per sé, è un fatto di moda e come tale passeggero ed effimero: quello che ci piace oggi, tra una decina di anni ci sembrerà pacchiano (come ci sembra desueto e a volte di cattivo gusto l’impiattamento proposto in libri di cucina di qualche decennio fa!).

Per la valutazione della bontà di un piatto, come sanno tutti quelli che hanno condiviso un pasto con me, per me l’essenziale è che un piatto non dia l’idea di essere stato preparato “senz’amore”.

E un piatto è senz’amore quando non ha un’anima, quando è “piatto”, quando è cibo messo insieme senza un “progetto” dietro, senza un aroma, un sapore che lo elevi, che tenga uniti gli ingredienti come una armonia di sottofondo… a volte basta un pizzichino di sale in più per infondere l’amore, o una fogliolina di basilico fresco, oppure un pochino di olio (buono) a crudo. Basta poco, pochissimo!… per quello quando manca quella piccola accortezza ho l’impressione che chi ha preparato il piatto non ci abbia messo quel briciolo di amore che fa la differenza!

Quale è per lei il significato della cucina? Crede che la cucina di un paese riveli qualcosa sulla sua identità e cultura?

Ci sono due approcci alla cucina: far da mangiare per mettere qualcosa in pancia, e preparare da mangiare, come atto di amore e cura. Il “preparare” richiede quell’ “amore” di cui parlavo prima, quell’attenzione in più, quella dose di generosità, non solo verso gli altri ma anche verso se stessi. Non è “generosità” calorica (come la intendono le nostre nonne, specie al Sud), è generosità di sapori, di buoni pensieri, di cura del prossimo, che vengono mescolati agli ingredienti.

La cucina rivela tanto di una cultura, a mio parere. Innanzi tutto i piatti tradizionali raccontano la storia di un territorio: quali erano le risorse maggiormente a disposizione in un territorio (talvolta poche e poverissime) che sapientemente sono stati declinati di generazione in generazione in piatti perfetti. Un conto è mangiare “pane e cipolle”, ben altro una gustosa zuppa di cipolle, uno dei capisaldi della cucina francese!

La pasticceria, poi, è tutto un’altro capitolo! racconta l’estro e l’indole del posto in cui è nata una particolare creazione, il carattere più o meno espansivo di chi l’ha creato, l’essere meticolosi o impazienti nella preparazione… Per esempio trovo che una caratteristica comune dei “dolci tipici” americani come i brownies, i muffin o i cookies abbiano la caratteristica comune di essere male impastati e mal cotti! Ed è tutta lì la difficoltà nel prepararli per noi (europei) abituati (in pasticceria) a misurare al milligrammo anche la quantità di uova!

Quando assaggio un piatto “tipico” o “tradizionale” mi ritrovo spesso ad immaginare il momento in cui, consapevolmente o accidentalmente, è stato preparato la prima volta, cosa aveva in casa la donna che lo ha “arrangiato” per la prima volta, le modifiche che via via le sue comari hanno apportato in base a quello che avevano in casa loro… finendo poi per il costituire un piatto tradizionale locale.

Per me la dimensione del cucinare è prettamente familiare, di condivisione e di piacere nello stare insieme. Questo tipo di approccio fa si che anche quando prepari qualcosa per te soltanto, da consumare da solo, tu riesca a sentire comunque il calore degli affetti, quanto meno del tuo amore per te stesso.

La cucina nei ristoranti tende sempre più ad essere “esperienza”, talvolta manierismo. A me piace pensare che quando al ristorante ti servono un piatto davvero buono, chi lo ha preparato, in fondo in fondo, pensava di prepararlo per persone a cui vuole bene, e non soltanto ad eseguire una ricetta “come da manuale”. E lì che c’è l’ingrediente segreto, quel pizzico di amore che per me è nettamente percepibile e fa la differenza.

Se dovesse ricevere degli stranieri a cena, quali ricette preparerebbe loro per fargli assaporare il gusto italiano?

Dato l’ampio spettro di possibilità offerto dalla tradizione italiana, riassumere il “gusto italiano” per proporlo a degli stranieri che magari pensano che la cucina italiana siano fettuccine Alfredo o spaghetti con le polpette è abbastanza arduo.

Se li avessi a cena a casa mia, cercherei di dar loro un assaggio di quello che potrebbe significare trasferirsi in Italia (principalmente a Sud!): inizierei con un tagliere di formaggi (una burrata, ricotta di pecora, asiago, provolone, formaggio di fossa…) e salumi (crudo di parma, mortadella, prosciutto arrosto, speck, …), da accompagnare con del pane pugliese e delle verdure crude.

Come primo proporrei senz’altro un risotto, magari ai frutti di mare. Per secondo una parmigiana di melanzane fatta secondo tutti i sacri criteri! So che stona con tutto il resto, ma il filo rosso del menù è provare la cucina italiana, non vincere una prova di composizione di Menù per Masterchef!

Come dolce proporrei una bomba che adoro proporre per il mio compleanno: la torta caprese (mandorle e cioccolato) con crema tiramisù. Il trasferimento in Italia è assicurato!

Sono sicura che tutti i lettori dopo aver sentito questo menù vorrebbero essere invitati da Clelia a cena 🙂

Grazie Clelia, per averci fatto viaggiare assieme a te nei sapori ed averci aperto le porte della tua cucina, grazie anche per averci portato nella tua concezione di cucina, fatta di Amore, tradizione e condivisione.

Cari lettori, prendetevi un momento per voi, per fare esperienza enogastronomica locale quando viaggiate: è un modo per scoprire meglio il luogo in cui vi trovate, deliziando il vostro palato con nuovi gusti e profumi.

Se volete ispirazioni per la prossima cena o volete mettervi in contatto con Clelia, vi lasciamo il link al suo sito,  Le Ricette di Cle.

Sei un viaggiatore? Vuoi vivere le stesse esperienze di Clelia?

Visita il sito!

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