Racconti in valigia: Il viaggio come senso della propria esistenza

Oggi il Panda ha il piacere di intervistare Emanuela, autrice del blog Emanuelacrosetti.it, nel quale racconta ai suoi lettori le sue esperienze ed i suoi viaggi, pieni di significato e molto appassionanti! 

Curiosi? ecco per voi la sua intervista:

Parlami un po’ di te e del tuo blog

Vivo nella campagna astigiana del Monferrato, piacevolmente circondata da colline ammantate di boschi, noccioleti e piene di quel silenzio di cui la mia esistenza non può più fare a meno. Sono giornalista pubblicista e fotografa professionista dal 2005.

Per otto anni, mi sono dedicata a una delle mie passioni più grandi: la musica. Musica da seguire, recensire, fotografare. Ho intervistato moltissimi artisti nazionali e internazionali; ho fotografato sottopalco circa 400 concerti; mi sono goduta la soddisfazione di vedere i miei scatti sulle copertine di riviste nazionali e su diverse biografie. Ero presente come fotoreporter al conferimento del Premio Nobel per la Pace a Barack Obama, ad Oslo. Ma porto nel cuore più di tutti l’incontro con il produttore dei Beatles George Martin, nel suo appartamento di Londra, per un servizio fotografico che mai dimenticherò. Poi, volto pagina. Anzi, cambio proprio libro. E viro la prua della mia nave verso il mondo, da sola: zaino, Canon, penna, taccuino e un libro, sempre a tema. Viaggio leggera. Macino chilometri, in auto e a piedi. E tesso fili. Perché vi è sempre un motivo dalle profonde radici quando scelgo

di seguire una direzione. In caso contrario, è il caso fortuito degli eventi a far ruotare la bussola. Poi da una meta ne esce un’altra e un’altra ancora. Un continuo tessere.

Un eterno viaggiare. Infine arriva il mio primo libro Come ti scopro l’America, edito da Exorma. Dannazione, non mi basterà una vita! Questo è il mio rammarico più grande. Ma, come scriveva Goethe, se ho tanto da fare e il mio corpo si rifiuta di obbedirmi, allora la natura deve darmene un altro. Deve darmene un altro. Senza se e senza ma.

Come nasce la tua passione per i viaggi?

Più che una passione per il viaggio, la mia è una passione per il mondo. All’età di 4 anni, mia madre mi regalò un mappamondo, per soddisfare la mia curiosità di sapere cosa c’è al di là della città in cui vivo, della regione a cui appartengo, lo stato e il suo continente. C’era sempre un oltre da scoprire. Poi venne un libro che ancora oggi conservo nella mia biblioteca come fosse una reliquia: l’Atlante dei luoghi leggendari, una raccolta di angoli di mondo ricchi di storie, miti e leggende. In quel momento, capii a cosa era davvero votato il mio spirito: all’esplorazione. Certo, al giorno d’oggi, la geografia del mondo non è più un mistero, non ha quasi più lacune da colmare. Ma infinite sono le prospettive dalla quale ammirarla e infinite sono le sensibilità che la raccontano.

Raccontami di un’esperienza che ti è piaciuta particolarmente

Georgia. Settembre 2017. Da sempre attratta dai luoghi di confine, per quella loro affascinante e scivolosa ambiguità, decido di dirigermi verso il Passo Mamisoni, lungo la vecchia strada militare che collega la Georgia con la tormentata regione dell’Ossezia del Nord, in Russia. Ma la strada asfaltata termina nel borgo sparuto di Shovi, quattro case in croce che la misericordia del tempo ancora tiene su, sebbene ornai in evidente stato di abbandono dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Non un’anima viva si aggira, nulla si muove se non un camino che fuma nel bosco. Mi addentro e incontro tre anziane signore alle prese con i fornelli dentro una sorta di rifugio tutto legno, pizzi e ninnoli. È una locanda, in realtà. Anche se mi è difficile capire per quali viaggiatori, visto che questo luogo sembra essere più l’ultimo avamposto della civiltà che non una frequentata meta turistica. Le tre donne parlano solamente georgiano e, chiaramente, russo. Per cui ci si capisce a gesti e con l’unica lingua davvero universale: l’intuizione. Ci intuiamo, ci sentiamo. Mi preparano una focaccia al formaggio, un’insalata di pomodori e cipolle, uno spiedino di carne appena arrostito e mi invitano nella loro cucina, accanto al fuoco e alle padelle ancora colme di vivande. Ma mi sconsigliano categoricamente di proseguire oltre. Non se ne parla nemmeno. Terminato il pasto, consumato seduta ai piedi di un albero, tento comunque la traversata. Ma è sufficiente il primo chilometro percorso a passo d’uomo per comprendere il motivo del loro disappunto: la strada non solo è tappezzata di buche profonde, ma si inerpica voracemente verso una vetta di 2800 metri, con pendenze tutt’altro che generose, incuneandosi dentro pinete così fitte da togliere il respiro solo a guardarle. Ma ecco che, tutto a un tratto, un soldato mi si para in mezzo al sentiero, mitra teso, stivale infangato e mano dritta a intimarmi l’arresto. La bella notizia è che parla inglese. Quella brutta, invece, è che queste montagne

apparentemente vuote pullulano di militari poco propensi al dialogo e alla comprensione. Tira fuori una cartina, la spiana sul cofano e, col dito, mi mostra dove siamo: esattamente nella non riconosciuta Repubblica dell’Ossezia del Sud. Il confine? Appena dieci metri dietro di me. In pratica, la strada che collega la Georgia alla Federazione Russa passa proprio attraverso un’esigua lingua di terra appartenente a questa Repubblica autoproclamatasi indipendente nel 2008. Per cui l’ingresso è considerato illegale e solitamente punibile con la prigione o multe elevate. Quando le tre anziane signore mi vedono tornare, è una festa. Che mi immaginassero già dietro le sbarre? Ma c’è ancora da passare la notte. È già quasi il tramonto e scendere in valle è ormai impensabile. Una di loro, però, mi assicura che il posto ce l’ha. È una casetta ristrutturata dalla famiglia di sua sorella e si trova proprio nel centro del paese. Mi ci accompagna. Innanzitutto non c’è una vera e propria strada, ma un prato disseminato di voragini. E l'abitazione in questione non è una casetta ma un parallelepipedo stalinista in cemento armato, con tanto di crepe e rattoppi che forse i proprietari si sono scordati di “ristrutturare”. La stanza? Un ambiente stile caserma, grigio, enorme e vacuo, con un letto alto, un armadio dalla parvenza precaria, una nuda lampadina che pende dal soffitto e una luce al neon blu che illumina il bagno come se fosse una sala operatoria. “Sai – mi dice con piglio orgoglioso – non hanno voluto toccare niente! È tutto ancora dell’epoca sovietica!”.

Anche l’odore stantio dei muri lo è. Ci scommetto persino i materassi. E pure il silenzio della notte e dei neri abeti in guardia al limitare del bosco. Non c’è campo telefonico. Figuriamoci la connessione a internet. Sono dentro la storia. Ci sono rotolata per caso. Sarà il vento che ulula tra le fronde degli alberi o il cielo stellato più luminoso che abbia mai visto in vita mia, ma io non credo di aver mai dormito così profondamente come quella notte e sotto quella spessa coltre di lana. Sovietica anche quella, forse. No, dal colore rosso ancora vivo, direi addirittura bolscevica!

Qual è per te il significato del viaggio?

Mai sazia di conoscenza, ho fatto del viaggio il senso della mia esistenza. Viaggio per capire, per dare un senso ai meccanismi del mondo, per meglio comprendere me stessa e poter condividere con gli altri il frutto delle esperienze che ne derivano.

Esperienze che porto avanti in solitaria, ma sempre cercando il dialogo con le persone che incontro lungo il mio cammino, in cerca di aneddoti, stralci di vita o vicissitudini legate all’ambiente in cui esse vivono. Le scrivo tutte, una a una, sul mio taccuino. Se la laurea in Economia mi ha fornito il metodo, quella in Filosofia mi ha insegnato a cercare le domande. Perché è la domanda il motore che mi induce a partire, indipendente dalle risposte che trovo.

E da qui il mio blog, tentativo di mettere nero su bianco gli aspetti più curiosi e meno diffusi dei miei viaggi, quel “dietro le quinte” che non ti aspetti e che sa rivelare più di qualsiasi manuale. Perché c’è sempre una cortina dietro la quale educatamente sbirciare, una nuova prospettiva di cui meravigliarsi o una storia che attende solo di essere ascoltata. Ecco perché il viaggio raramente lo pianifico. Preferisco seguire il mio istinto e l’odore dei luoghi, la voce dei loro rumori e tutto ciò che spesso, senza apparente motivo, mi chiama. Talvolta mi perdo. Ma, alla fine, è proprio ciò che voglio.

 

Grazie Emanuela per aver condiviso con noi la tua passione!

Le foto che avete visto sono state scattate proprio da lei!

Vi ricordiamo che, se volete contattare Emanuela, volete ispirazioni e consigli per il prossimo viaggio o volete seguire le sue avventure, potete trovare il suo sito  qui 

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